Suicidio al Don Bosco

Martedì 13 febbraio si è tolto la vita un detenuto di 64 anni recluso in regime di semi libertà. L’uomo arrivato a Pisa nel mese di novembre aveva da scontare ancora 3 anni. Non sono trapelate ulteriori notizie sul detenuto ma questo non toglie niente alla gravità inaudita dell’episodio. Il suicidio di Pisa è il diciannovesimo dall’inizio del 2024. La morte in carcere rappresenta il fallimento più eclatante di quella che dovrebbe essere la forma di punizione rieducativa della pena. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” questo è scritto nell’articolo 27 della nostra costituzione. La pena, inoltre, è caratterizzata da: afflittività, personalità, legalità, e proporzionalità. In Italia non è ammessa la pena di morte. È lampante quanto tutto ciò renda il suicidio in carcere un’aberrazione del sistema detentivo.

Dagli incontri avuti con i volontari pisani che lavorano nella casa circondariale Don Bosco abbiamo capito che questi episodi altro non sono che l’ultimo drammatico gradino di percorsi e di vissuti fatti di sofferenze e talvolta soprusi subiti fuori e dentro le mura del carcere. Vite difficili, senza speranza che vedono nel suicidio una liberazione e a volte perfino un riscatto. Tutto questo è inaccettabile.

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